25/03/2008
“L’Italia è un buon posto per vivere?” La severa analisi degli stranieri
Esiti del convegno organizzato dal British Council e dalla Fondazione Ismu. In discussione i dati sulle Politiche per l’integrazione Mipex, che vedono l’Italia al settimo posto in Europa. Il peso della burocrazia e i problemi del credito
Da: Redattore Sociale
L’Italia è un buon posto per vivere? Sì, ma si potrebbe stare meglio. Lo sostiene Josè Galvez, direttore del sito “Impresa Etnica” (http://www.impresaetnica.it/), la “voce” dei duecentotrentamila immigrati che in Italia sono diventati imprenditori. Galvez ha partecipato l’11 marzo al dibattito “L’Italia è un buon posto per vivere?”, organizzato al Circolo della Stampa dal British Council e dalla Fondazione ISMU. In discussione i dati dell’Indice delle Politiche per l’Integrazione degli Immigrati MIPEX, che vedono l’Italia al settimo posto in Europa.
Secondo Galvez, l’imprenditoria degli immigrati in Italia può essere volano di integrazione anche per chi imprenditore non è perché “chi ha già capito le regole del gioco, chi ha già un rapporto con gli istituti di credito può rappresentare un modello per gli altri”. A sentire la testimonianza di Galvez, si ha però l’impressione che il processo di integrazione, per chi desidera percorrere la via dell’imprenditorialità, sia qualcosa di simile alle proverbiali fatiche di Ercole: superata una prova, ce n’è subito un’altra da affrontare. E chi mette i bastoni tra le ruote, chi appende del piombo alle ali degli imprenditori immigrati è lo Stato: “Ottenere la cittadinanza è un processo difficile e molto lento e, senza la cittadinanza, è complicato accedere al credito e trovarsi una casa”, denuncia Josè Galvez.
Tutto questo può rappresentare un incoraggiamento a percorrere la via dell’illegalità: “l’imprenditoria cinese in Italia è molto fiorente”, osserva il direttore di Impresa Etnica, “anche se i rapporti con gli istituti di credito sono pressoché nulli”. I soldi arrivano agli imprenditori in modo poco trasparente: “Se si tengono gli imprenditori immigrati fuori dal credito legale, diventano inutili tutte le iniziative per salvaguardare la legalità nelle comunità straniere”, aggiunge Galvez. Un altro problema che gli imprenditori immigrati si trovano inevitabilmente ad affrontare è la mancanza di riconoscimento, da parte delle istituzioni italiane, della qualifica, del titolo, del livello di formazione che l’immigrato ha raggiunto nel proprio Paese. Non è giusto costringere le persone a ricominciare da capo, né è un buon investimento per l’Italia obbligare gli immigrati a lavorare in una condizione di sotto-qualifica.
Josè Galvez, dopo aver rilevato che l’imprenditoria immigrata è alla ricerca di una reputazione positiva, ha aggiunto che il portale che dirige, in lingua italiana, ha la missione di favorire l’integrazione tra l’Italia e questa nuova forza imprenditoriale e promuovere un’unione di intenti tra gli stessi immigrati che svolgono un’attività autonoma: “Le istituzioni italiane devono migliorare il dialogo con le imprese condotte da immigrati, facendo conoscere in modo più approfondito le opportunità che via via si presentano. Anche la Confindustria deve finalmente accorgersi di queste 230mila persone che producono ricchezza e benessere. Se gli imprenditori immigrati pagano regolarmente le tasse, perché non viene ancora riconosciuto il diritto alla rappresentanza dei loro interessi?”.
Al dibattito, moderato da Farian Sabahi (editorialista de La Stampa e docente universitaria), hanno partecipato anche lo scrittore e poeta di origine rumena Mihai Mircea Butcovan e Ainom Maricos, presidente della cooperativa sociale Il Tropico. Il primo ha tra l’altro posto l’accento sui tempi biblici che servono per le formalità finali di acquisizione della cittadinanza: “Ho ricevuto soltanto nei giorni scorsi i nuovi documenti, nove mesi dopo la presentazione della pratica: questo inaccettabile ritardo ha leso i miei diritti politici, perché non potrò votare alle prossime elezioni. Inaccettabile anche che nella Prefettura di Milano si limitino a un’alzata di spalle, senza impegnarsi più di tanto per abbreviare l’attesa di chi chiede la cittadinanza italiana. Non è più il tempo di parlare di immigrazione sulla testa degli immigrati, che vanno finalmente ascoltati e di cui vanno tenuti in considerazione i bisogni. Se l’Italia sarà un buon posto per vivere dipenderà soltanto dagli italiani ‘insieme’ agli immigrati”.
Ainom Maricos ha infine sostenuto che dietro all’indice MIPEX, tramite il quale l’Italia “autoassolve” i propri problemi sul fronte dell’integrazione, ci sono immigrati in carne e ossa, costretti a convivere con estreme difficoltà: “Questo non è accettabile - dice la presidente de Il Tropico - perché la storia dell’immigrazione in Italia ormai non può più essere definita recente. A Milano, per esempio, il regolamento per l’accesso alle case popolari costringe a una guerra tra poveri, mentre in Germania, addirittura, le amministrazioni comunali, tenendo conto del numero dei componenti della famiglia, permettono di scegliere la casa più adatta alle varie esigenze. Bisogna lottare contro la burocrazia, i cui eccessi in Italia sono sotto gli occhi di tutti, e contro l’ipocrisia che non permette di riconoscere i problemi reali”.
(Sandra Tognarini)

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